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martedì 25 novembre 2025

Recensione: "Zoo"- Isabella Santacroce

Buongiorno lettori ❤💔

la nostra discesa nella scrittura di Isabella continua con Zoo, uno dei romanzi più emotivamente destabilizzanti di Isabella Santacroce, forse quello in cui la sua scrittura raggiunge un grado di vulnerabilità assoluta. Qui non ci sono più le notti acide, la ribellione, le fughe che animavano i libri della Trilogia dello Spavento: in Zoo la violenza è interiore, silenziosa, e nasce dal luogo più innocente e più fragile possibile, la famiglia, l’infanzia, la crescita. Il titolo stesso suggerisce una gabbia, un recinto emotivo in cui il dolore si muove come un animale selvaggio, senza mai essere addomesticato ❤💔

"Ho paura, una paura che si chiude su se stessa, mi prende, piegandosi mi schiaccia. La paura è il corpo in cui abito, non ci sono finestre.

Non so bene quando, in che giorno, in quale ora, minuto, secondo, a un tratto mi ritrovo là dentro. Nel suo odore, nel paesaggio, steccati altissimi. Posso correre, sfidare il vento, posso superare tutto ma non lei. L'ho addosso, è la mia nuova gabbia."

Il romanzo è narrato da una ragazza che vive in un ambiente familiare disturbato, in cui l’amore è distorto, malato, incapace di proteggere. Santacroce non racconta la sofferenza con urla o eccessi, ma con una precisione chirurgica, con una dolcezza che fa più male di qualsiasi brutalità esplicita. La protagonista parla con una sincerità disarmante, quasi infantile, e proprio per questo le sue parole colpiscono come colpi bassi: non c’è difesa possibile contro un dolore così puro. Ciò che rende Zoo così potente è il modo in cui l’autrice riesce a trasformare il trauma in poesia. La sua lingua è essenziale ma evocativa, piena di immagini che sembrano sospese, come se fossero state raccolte direttamente dal cuore della protagonista. Non c’è compiacimento, non c’è estetizzazione: c’è solo un racconto vero, spoglio, che mette a nudo la realtà senza filtri e senza pietà. È un romanzo che non cerca di scandalizzare, ma di far sentire, e ci riesce ❤💔

A differenza dei libri precedenti, in Zoo non c’è una fuga possibile. Non ci sono discoteche, droghe, città gigantesche in cui perdersi. C’è solo la casa, che invece di essere rifugio diventa un territorio minato. In questo senso il romanzo è più claustrofobico, più interno, più psicologico. Il leitmotiv non è l’autodistruzione volontaria, ma la ferita che arriva dall’esterno e si radica dentro, determinando il modo stesso in cui la protagonista imparerà a guardarsi e a guardare il mondo. Emotivamente, Zoo è un romanzo devastante: è impossibile leggerlo senza avvertire il peso della solitudine, dell’incomprensione, dello smarrimento. Ma è anche un libro pieno di una bellezza strana, perché Santacroce illumina la sofferenza con una luce tenue, quasi sacra, che la restituisce come qualcosa di profondamente umano. La sua scrittura non giudica mai: ascolta, accoglie, trasforma il dolore in linguaggio ❤💔

"Ci sono donne che non dovrebbero partorire nessuno, mia madre era una di queste."

Zoo è un libro che non “esplode” come Fluo né “sprofonda” come Destroy: è un libro che rimane sottopelle. Un romanzo di formazione al negativo, fatto di silenzi, mancanze, e piccoli gesti che diventano enormi quando sono gli unici a cui si può aggrapparsi. Un testo che richiede delicatezza, e che ne restituisce di più di quanta ne riceva ❤💔

Buona lettura❤💔

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